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La scelta tra libertà e felicità è questione antropologica. Non politica nè economica.

8 Maggio 2012 alle 12:30

Ma siamo proprio sicuri che l’auspicata “intraprendenza sviluppistica” dello Stato sia la soluzione e non piuttosto, e ancora, il problema? Al di là della pur evidente esigenza di infrastrutture ed investimenti, una macchina geneticamente strutturata per drenare risorse da una minoranza produttiva per sostenere una pletora di burocrati, pubblici dipendenti, politici e varia umanità di assistiti ed iper assistiti ha in sé un solo possibile ed obbligato programma di sviluppo, quello fiscale. La questione non è, infatti, né economica né politica, ma antropologica: in un contesto sociale ove l’esistenza di ciascuno è stata de-sacralizzata (o, come si dice, laicizzata), che questa macchina la incarni il “Partito” o il “Tecnico” di turno, che ci si trovi nel Mondo Nuovo di Huxley o davanti al Grande Inquisitore di Dostoevskij o anche, per rendere omaggio alla recentissima cronaca, al cospetto dei capetti di una bella jacquerie a cinque o più stelle, nella scelta tra libertà/responsabilità e felicità/tranquillità, la maggior parte degli uomini, tra le due, sceglierà la felicità e con essa l’utopia della socializzazione redistributiva, spacciata per giustizia sociale ed equità: perché ammazzarsi di impegno, e pene, e rischi, quando "la macchina" bastona chi più fa e tutela tutti gli altri? Solo perché non può funzionare?

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