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Il Campo dei Miracoli non va manutenuto, ma distrutto.

17 Aprile 2012 alle 09:30

In tempo di crisi e di mostruoso indebitamento pubblico, il luogo dell’irresponsabilità e della (apparente) gratuità del diritto alla realizzazione socializzata dei desideri di ciascuno descritto da Collodi (Carlo), è quanto di meglio la letteratura abbia potuto produrre per ammonire gli uomini sul rispetto di un ovvio ma negletto principio di realtà (non solo economica): nemo dat quod non habet. Il dramma è che mentre tutti sono pronti a prendersela con il Gatto e la Volpe (quelli delle monete d’oro che crescono nel Campo dei Miracoli), nessuno pare voler rinunciare all’idea che questo benedetto Campo non va, come si dice, “mantenuto”, ma diserbato, sventrato, ristrutturato, riorganizzato e ceduto al duro lavoro della zappa. Piuttosto che inseguire fantasiose idee sulla “tracciabilità delle sementi” inutilmente interrate nel magnifico Campo dei Miracoli, meglio sarebbe rinfrescarsi le idee con il romanzo del Collodi, e fare qualche chiacchiera con la Fatina: chissà che non venga fuori l’ “ideona” (per dirla come Passera) per salvare Pinocchio dal Paese dei Balocchi.

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