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Reintegrazione nel posto di lavoro

27 Marzo 2012 alle 09:45

Ritengo che il principale problema del Paese sia la giustizia, prioritario perché influisce pesantemente in tutti i campi: se non funziona produce (o accentua) il disordine sociale. Monti ha affrontato prima il problema lavoro, per ottenere necessari risultati immediati, rilevanti e in poco tempo, mentre quello della Giustizia da rifondare richiede tempi molto lunghi (diciamo alcuni lustri) e forse è stato opportuno rinviarlo per prendere di petto problemi di più immediata efficacia nel frenare la corsa verso l'abisso. In tutta la canea sollevata per tale riforma, una cosa proprio non la capisco: la reintegra nel posto di lavoro. Penso che quando il rapporto di lavoro sia stato spezzato, sia anche saltato quello che ne ritengo il fondamento: la reciproca stima e convergenza di interessi tra il lavoratore e il datore fusi nell'interesse dell'azienda. Nel caso in cui entrambi ritengano di tornare indietro e riparare il vulnus, nulla si dovrebbe opporre alla ripresa (anzi prosecuzione) del rapporto di lavoro. Negli altri casi fissare compensi per l'ingiusto danno subito (dal lavoratore, ma anche dal datore). E tale compenso dovrebbe essere determinato da autorità terza, dalla magistratura (ma richiamo la considerazione iniziale). Problema impegnativo, forse non del tutto risolvibile con legge perché etico. Ma quando la rottura sia avvenuta per motivi discriminatori (come s'usa dire), allora la reintegra mi sembra un vero e proprio assurdo, perché il rapporto non è stato ferito, ma addirittura disintegrato: non si può mettere insieme il diavolo e l'acqua santa.

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