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La civiltà della tutela

26 Marzo 2012 alle 17:20

Vi è in questo angosciato parlare di licenziamenti, di art. 18, di lavoratori che non sono merce, qualcosa di profondamente inquietante e di primitivo: il fatto che i soggetti dell'art.18, cioè coloro che firmano un contratto di lavoro, siano essenzialmente dei sottouomini che hanno bisogno di una continua tutela, di qualcuno che parla per loro in quanto senza voce e senza pensiero. E' qualcosa di arcaico, persino di preindustriale, qualcosa che rimanda ai servi della gleba e agli schiavi dei romani che trovavano nei chierici e nei monaci una voce che li difendeva dalle angherie dei nobili e dei potenti. Da un lato impressiona, perché sembra che computers, mercati internazionali, internet e informazione globale, possibilità di muoversi persino a livello di continenti, giovani che a 25 anni hanno fatto il giro del mondo, gente che trova lavoro iscrivendosi via internet ad agenzie internazionali, siano scherzi da avanspettacolo, sbruffonate da vitelloni al bar; dall'altro intristisce perché si capisce che certe cose possono accadere solo se, al di là di tutto, esiste un'ampia fascia di personale parapolitico, detto anche sindacale, che esiste unicamente per conservare una professione che non esiste più e vive, appunto, autoproclamandosi tutore di qualcuno.

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