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Più impresa e meno stato

23 Marzo 2012 alle 15:14

Il tema della crescita è quanto mai attuale e da più parti, le più autorevoli, giungono le ricette e i mix più suggestivi. Leggo in questi giorni l'ultimo numero della rivista Formiche in cui il filo conduttore suggerisce l'importanza di una regia politica che si attua attraverso le fondazioni bancarie e la crescita del comparto industriale, dove per comparto industriale si intende quello della grande impresa del primo capitalismo. Il ragionamento si fonda sul nesso, implicito, tra i mali indotti dalla finanza a supporto della economia reale e sulla necessità di uno Stato regolatore. Vero è che la finanza in questi ultimi anni ha privilegiato i profitti di corto periodo riducendosi ad operazioni speculative più che di sostegno ad iniziative "reali" dalle quali poi estrarre il surplus. Ma altrettanto vero è che non può essere la mano statale ad imporre ad un imprenditore, finanziario o non finanziario, dove e come far soldi. Quello che bisogna augurarsi è che dal terzo e quarto capitalismo vengano idee, possibilmente nuove. Invenzioni che, se fatte cosa, possano tradursi in cose semplici e belle e che piacciono a tanti. Iniziative quindi capaci di attirare l'interesse degli speculatori finanziari e farli investitori. Laddove ci sono più imprese, più interessi, più stakeholders c'è un maggiore bilanciamento tra le forze produttive del paese e un maggiore controllo da parte di queste forze nei confronti dello Stato. A garanzia di tutte le parti: i lavoratori e i capitali, la logistica e le infrastrutture. Laddove più imprenditori fanno bene il loro mestiere c'è più ricchezza diffusa che non è mai il prodotto della ridistribuzione ma il tracimare di quanto prodotto. Come insegna Werner Sombart: salari più alti fanno lavoratori che non hanno bisogno di sindacati e di articoli 18.

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