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Il direttore all'inferno

20 Marzo 2012 alle 09:00

Ha scritto il nostro direttore che se l'inferno non fosse vuoto è perché ci starebbe lui. E qui si aprono due scenari. Il primo: al centro di un immenso studio TV tappezzato dalle consuete figure di fiamme, diavoli e forconi, comodamente assiso su una poltrona Frau modello classico, il direttore guarda di sottecchi le cose fatte, dette, pensate in vita che sfilano in continuazione su un maxischermo per fargli prendere coscienza delle proprie mancanze. Il secondo: l’inferno è affollato da una quantità di persone che hanno chiesto di starci perché ci sta il direttore, e lo circondano con affetto e ammirazione colmandolo di attenzioni. Che si tratti in gran parte di lettori del Foglio lo rivela la giaculatoria "direttore qua, direttore là, direttore su, direttore giù" che ripetono senza posa. Questi scenari sono entrambi falsi perché il direttore non potrebbe mai trovarsi all’inferno, perché è sempre perfettamente consapevole di quello che fa, che dice, che pensa, e lo dichiara e lo argomenta pubblicamente. “O uomo, se tu sai quello che fai, sei beato.” L’ha detto Gesù, che risponde sempre di quello che dice. Il direttore lo sa e ci conta. Quindi, quando si dice maturo per l’inferno il direttore scherza, magari col fuoco, ma scherza. E ci prende in giro col tocco leggero d’un gioco verbale garbato, in punta di fioretto.

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