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Diritto e retorica

14 Marzo 2012 alle 19:00

Ho letto i lunghi ragionamenti di Adriano Sofri sulle considerazioni complesse del Procuratore Jacoviello a proposito della condanna inflitta in appello al sen. Dell’Utri. Confesso che ho faticato, e non poco, a destregiarmi tra i complessi rimandi e le definizioni di fattispecie connesse al reato, da zona grigia, di cui il senatore è accusato. Vorrei tuttavia fare una considerazione a margine: se per Sofri il problema, come mi pare di comprendere, è quello di mantenere in vita il reato di appoggio esterno alla mafia, onde colpire coloro che ne favoriscono in qualche modo la sussistenza, per quello che mi riguarda, mi pare un falso problema. I casi sono, a mio giudizio, due: o il fiancheggiamento esterno è di per sé un reato (e quindi non deve essere sostanziato da altro), oppure è un’indicazione di sospetto che serve a scoprire altri reati, in base ai quali poi condannare. Ma l’affermare che sia possibile condannare senza individuare qualche fatto criminoso, mi parrebbe a sua volta un crimine, una via per aprire la strada ad ogni sorta di sopruso legalizzato. Se invece il reo è condannato per fatti commessi, che bisogno c’è di tirare in campo appoggi esterni o fiancheggiamenti ambientali? Non si rischia, per questa via, di ripiombare nella logica dei famigerati “teoremi” di infausta memoria? La zona grigia è un’area insidiosa dal punto di vista concettuale, fomentatrice di esercizi retorici più adatti ai palcoscenici culturali e politici che ai tribunali, nei quali non scorre l’inchiostro della carta stampata, ma il sangue della gente. Forse questa tipologia di reato dovrebbe essere usata per poter aprire le indagini, ma appare per sua natura di troppo complessa gestione e troppo grande è il rischio ad essa collegato che, dalle migliori intenzioni, scaturiscano conseguenze nefaste.

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