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L’irragionevole dubbio

12 Marzo 2012 alle 14:00

Qualcuno è sotto processo da sedici anni, viene condannato in secondo grado a sette anni o giù di lì, poi il Procuratore Generale presso la Corte di Cassazione viene a dirci, con una semplicità imbarazzante, che la condanna andrebbe annullata. Non sulla base di cavilli o mezzucci strani, ma a causa di una serie di calcature e grossolanerie compiute da pm e giudici nei due precedenti gradi di giudizio. Questa paventata persecuzione processuale, per cui ogni respiro o tiro di vento che fosse, glielo ribaltavano contro come prova provante, senza che invece di prove ce ne fosse una che era una, ora sembra dover passare come la normalità. A quanto pare, non si rispettò nemmeno il famoso principio del ragionevole dubbio. Si tenne abbondantemente conto invece di un’altro celeberrimo principio, il solito, che aleggia da quasi vent’anni nelle pompose stanze requirenti e giudicanti, quello del cosiddetto “fattore B”. Se lo conosci lo eviti, se lo conosci non ti uccide. Dovremmo per caso pensarla così anche della magistratura italiana? Mi auguro vivamente di no. Certo, di presupposti, troppi presupposti in questi anni, e di storie anche molto meno famose di quella di Dell’Utri, ce ne sono tutti i santi giorni. In nome del popolo italiano, eccetera, eccetera, eccetera.

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