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Tra Atene e Gerusalemme

5 Marzo 2012 alle 15:15

L’arte del buon governo è iscritto in due codici che segnano quasi i confini mesopotamici della nostra civiltà: quello greco e quello ebraico. Platone fa reggitori i filosofi e Israele i profeti, per l’uno non è possibile governare senza scienza, come per un nocchiero navigare senza esperienza della navigazione, per gli altri non c’è autorità regale senza unzione annunciata e amministrata da un profeta. Così fu eletto re Davide: se Dio non costruisce la casa invano faticano i costruttori. Si è creduto che la politica potesse essere rubricata sotto la specie della scienza secondo costanti universalmente applicabili, militari, giuridiche, economiche ecc, tali che chiunque fosse versato in tali discipline potesse essere chiamato al timone della nazione. Niente di più falso: Il diritto a governare proviene dalla verifica fatta dal popolo in discrimine mortis; Da Mosé in avanti re è colui che porta a salvezza il suo popolo; in tale avventura non conta la scienza, ma la Grazia che si sperimenta sui campi di battaglia. Napoleone era ammirato per la sua incolumità pur bersagliato dai nemici; Hegel dice di lui che ad Austerlitz apparve come l’Idea a cavallo; Garibaldi, suo italico clone in sedicesimo, ferito all’Aspromonte suscitò sconcerto perché venne delusa la sua fama di invulnerabile; Napoleone stesso nella scelta dei generali chiedeva non da quale accademia provenisse, ma se avesse fortuna. Nessun statista è stato un accademico, cosa che accade solo in Italia. Si suppone, per una eterogenesi dei fini, che il platonismo ben si adatti alle democrazie, che concepiscono per tutti il diritto a governare per titoli accademici, come quando si accede a un concorso. In politica – invece - la titolarità è data non dal curriculum ma dai risultati ottenuti, che conduco all’infamia o alla gloria. Al gioco non ci si affida allo storico delle partite, ma alla fortuna del giocatore, che perde o vince per sé e per gli amici: la fortuna aiuta gli audaci non i bibliotecari.

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