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Una diplomazia paciosa

1 Marzo 2012 alle 17:30

Dopo la prova muscolare di Sigonella, la politica estera italiana si è specializzata nel restituire obelischi con tante scuse, promettere autostrade con baciamano, pagare puntualmente riscatti, farsi minchionare dalla Francia e bacchettare dal Brasile sul caso Battisti; e minchionare e bacchettare insieme dall’intera Europa sull’emigrazione africana; vero che anche noi siamo riusciti a intortare gli americani, montando il patetico caso umanitario Ballardini, ma oggi, fossi D’Alema, non me ne vanterei. Con questa consolidata e – più che pacifica – paciosa tradizione, nessuna meraviglia che la nostra diplomazia sembri non accorgersi che gli indiani, a cominciare dal pretesto accampato per acciuffare i due marò (a proposito, ma si può sapere nome e cognome di quella cima che ha cortesemente abboccato e li ha fatti sbarcare?) altro non fanno e non faranno, per dirla schiettamente, che prenderci per il sedere. D’altronde quando si vede, diciamo così, in azione lo statuario Staffan De Mistura (una vita in missioni ONU, grande scuola di formalismo e inconcludenza), è una tentazione che si può capire.

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