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A proposito di morti/2

19 Gennaio 2012 alle 15:00

Una super nave affonda al Giglio, ed è evento che ci riguarda. Naufraghi del mediterraneo annegano, ed è notizia semplice. Vi sono delitti che riempiono da mesi giornali e talk show, mentre “la strage di Brevik”, qualche giorno d’attenzione poi nulla. Ma è avvenuto in Norvegia. In Somalia, in Sudan e ovunque avvengono genocidi, non stragi. Se ne parla, ma poco. Soprattutto non è conveniente insistere per le stragi di cristiani in zone musulmane, perché poi si temono ondate di razzismo, o guerre di religione. Abbiamo l’esempio dei morti in Irak. Poche righe per gli Americani caduti e fiumi d’inchiostro per i resistenti. Per non parlare dei morti palestinesi e di quelli israeliani; secondo l’appartenenza politica, sale o scende il valore, come a Wall Street. Un feto abortito non fa notizia, perché ucciso legalmente e per abitudine, ma è morte; per molti una conquista civile. La realtà è che noi esseri umani non siamo un gran che e con ogni evidenza consideriamo la morte degli altri secondo categorie etico-relative, politiche, di semplice convenienza o in funzione dell’audience. E’ il male? Se non lo è, poco ci manca. Quando piangeremo allo stesso modo per la morte di chiunque, avremo “nuovi cieli e nuova terra”. Oggi, per i vivi, la democrazia della morte non c’è, con buona pace per Gòmez-Dàvila.

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