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L'abito non fa il monaco

16 Gennaio 2012 alle 18:00

La letteratura racconta di poeti poco coraggiosi in battaglia; Archiloco e Orazio pensarono più alla pelle e abbandonato lo scudo se la dettero a gambe in battaglia, ma ad essi non era richiesto il coraggio. Arruolati a forza -come don Abbondio- nell’esercito della sopravvivenza quando res ad arma venit confessano che il coraggio chi non l’ha non può darselo. Così trascorre la vita di tutti i luogotenenti del potere che finché la carriera scorre tranquilla fino alla pensione mettono in bella mostra i loro lustrini e sfilano nei galà della buona società, ma quando la necessità li trascina in giudizio allora si scopre che non hanno un cuor di leone. Altri, invece, che sembravano miti agnelli e anonime ombre brillano nella luce della gloria portando a salvamento quegli stessi che li avevano giudicati comandanti in seconda, bassa forza nella gerarchia eroica delle mostrine. Il comandante Schittino abbandona la nave e il suo commissario di bordo cade ferito nel soccorso ai naufraghi. Non si era accorta la compagnia che quel comandante era un Pirgopolinice vanaglorioso? La selezione dei capi va fatta sulla base di un combinato disposto di elementi, di cui la perizia tecnica è solo un elemento (e nell’epoca della navigazione elettronica nemmeno tanto necessaria). La perizia tecnica è un’abilità, non una virtù, messa alla prova dalla superbia produce catastrofi, come quella avvenuta presso l’isola del Giglio. Nella selezione del personale, a tutti i livelli talvolta la fisiognomica dice molto più dei test d’esame. Il carattere naturale è una costante immodificabile, perciò non è responsabile il comandante ma chi lo ha messo a quel posto, chi lo ha consegnato al comando è più responsabile di lui, appollaiato su uno scoglio come un gabbiano nella tempesta.

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