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Fine corsa o corsa infinita?

4 Novembre 2011 alle 19:00

Il tempo degli addii. Di quel che poteva essere e mai è stato. E ora che il giorno berlusconiano declina, io salgo sul carro degli sconfitti. Altro non è che la caduta di un sogno lungo quasi vent’anni che pure a non innamorarsene è sempre parso fin troppo grande per questa Italia. Son quei giorni in cui tutto sembra essere stato vano. Così le speranze d’innovazione, così l’insofferenza di quelli che mai e poi mai cambierebbero alcunché. A porre termine adesso ci arrischiamo ad una storia senza conclusione. Meglio incaponirsi in un’ultima avventura, una di cui ti stanchi solo a immaginarla, ma che merita ancora uno sforzo? Magari. Non vorrei tuttavia fosse una sfida persa in partenza. Questo Paese pare non sappia che farsene delle aspirazioni più notevoli. Bensì riesce benissimo nell’azione di trasformarle in chimere. A me non soddisfa dire che poteva essere bello e non lo è stato. Non sento l’ebbrezza dell’aver solamente tentato. Mi porto i miei trent’anni senza aver mai intravisto un’alternativa al Cav. e accettando tutto da lui, come se fosse da anti-italiano non scommettere al tavolo del cambiamento sul nome suo. Non credo dedicherò altrettante attenzioni, intuisco che a ben pochi concederò appoggio senza passione. Mi ritirerò, ci ritireremo su posizioni meno spumeggianti. Assai meno. Ma adesso che tutti saltano via, io salgo sul carro degli sconfitti. Perché ancora emozionante è illudersi di cambiare il destino. Altrimenti, useremo una parola meravigliosa per proclamare l’ineluttabile: Amen.

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