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Realismo antropologico vs concretezza compulsiva

2 Novembre 2011 alle 18:12

Il tratto comune della attuale “domanda” di politica è esso stesso indice dell’infertilità del pensiero dominante. C’è infatti, incalzante, sempre il genio della specie che incalza: Azioni! Fatti! Risposte concrete! Ovviamente, più la situazione è quella della “tempesta perfetta” più la esigenza di “concretezza” si impone, e giustamente. A catastrofe avvenuta, però, occorreranno geni della specie un po’ diversi. Occorreranno uomini in grado di indicare orizzonti che non siano né il paradiso in terra peace & love (e reddito di cittadinanza!) né la perfetta quadratura tra Pil, spread, futures e swaps. Occorrerà ripercorrere i luoghi della responsabilità personale, dell’impegno individuale e della solidarietà familiare. Occorrerà abbandonare il criminogeno luogo del diritto compulsivo e ripercorrere le vie del realismo antropologico. Quel realismo che non dimentica mai come “l'uomo vive dei suoi problemi e muore delle sue soluzioni”, così immortalato in aforisma dal grande maestro del pensiero Nicolàs Gòmez Dàvila. Del quale Gabriel Garcìa Màrquez ebbe a dire: “se non fossi comunista penserei in tutto e per tutto come lui”.

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