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La differenza

21 Ottobre 2011 alle 18:00

Quella che era stata definita una "sporca guerra", quella non voluta dall'Onu, quella del cattivo Bush in Iraq, ebbe come corollario un processo, per quanto sommario, a Saddam, il dittatore che per anni aveva sterminato i suoi oppositori, che aveva trascinato il paese in guerre e carneficine, e che lo aveva isolato dal mondo. I "guerrafondai" yankee, secondo la vulgata politically correct, avevano commesso un grave errore, ed avevano gettato nel marasma il Medio Oriente. Eppure Saddam morì con la corda al collo, dopo una minima parvenza di ritualità. La guerra giusta, invece, una tipica guerra "a' la parisienne", ricca di quel retrogusto malmostoso, arenata nei pantani della guerriglia, che sia la jungla vietnamita o il deserto dela Sirte, la guerra appoggiata dall'Onu - la guerra contro la ferocia di un dittatore stravagante, che però da circa un decennio era comunque tornato a dialogare e a collaborare con l'occidente, un combattente che ha rifiutato tutte le offerte d'esilio - ci restituisce il volto della ferocia, il volto peggiore di una umanità che non sa quello che fa. Forse questa fine per Gheddafi era inevitabile nel momento in cui aveva rifiutato l'esilio, ma forse no. La Libia mostra, con questa azione spietata e irrazionale, la lunga strada che l'aspetta prima di diventare un paese evoluto e maturo. L'odio liberato ma cieco tra le fazioni - e forse con la nostra guerra civile a bassa intensità siamo ancora un esempio di questo vizio, a 66 anni da Piazzale Loreto - non può essere la piattaforma su cui costruire la nuova storia istituzionale di un paese democratico. Altri traumi seguiranno, Dio - o Allah - sa quali.

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