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Un Gulliver apocrifo

17 Settembre 2011 alle 11:00

Che nei suoi ultimi viaggi prima della completa senescenza incontrò il paese di Cornescu e la sua curiosa storia. Luogo in passato estremamente corrotto, con lo stato capofila, si affrancò grazie a imperituri funzionari assunti con concorsi statali ma del tutto puliti ed adamantini, nonostante le parole concorso statale e quel che segue, quasi santi ancorché umani ma con sangue indubbiamente divino. I puri designati a difendere le leggi, visto l'assoluto male che vi regnava, si peritarono di ignorarle calpestarle e modificarle con il coraggio della giustizia, con lo sprezzo del pericolo che distingue l'uomo dall'eroe. Messe quindi al lavoro le migliori atee menti costruirono apparati atti ad intercettare non solo le voci ma anche i pensieri e persino i prepensieri tanto che a volte venivano imprigionati lattanti non parlanti. Dopo qualche tempo la Virtù trionfò e non essendoci più concorsi statali in quanto corrotti, ed essendo stato appurato senza alcun dubbio che per una coincidenza più che fortunata si erano ritrovati nella stessa istituzione i lontani discendenti della tavola rotonda di re Artù, si decise plebiscitariamente che la generazione sarebbe proseguita per via ereditaria. Così raccontavano gli abitanti che nessuno escluso calcavano un curioso cappello ben calato sulla fronte e con uno stelo a mo' d'antenna, felici dei loro apparati e delle loro catene ben aderenti i polsi e le caviglie, stupendolo per la perfezione miracolosamente trovata sulla terra ... fino a quando con stupore e raccapriccio scoprì grazie ad un colpo di vento che il cappello copriva l'inestetica cicatrice di una sofisticata lobotomia frontale tale da preservare il linguaggio ma non il giudizio. Un nano storpio dalle immense gonadi penzolanti e per giunta mezzo scemo tra le tante parole inutili riuscì a dire che quel posto un tempo si chiamava Italia ... e vi sia di lezione, Gulliver disse, che la virtù assoluta non esiste e chi crede di perseguirla va verso l'inferno in terra.

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