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La legalizzazione della morale non rende buone le leggi cattive. Né rende virtuosi gli scambisti

15 Settembre 2011 alle 09:00

La sovrapposizione / sostituzione di “legale” ed “illegale” a ciò che nel paleolitico della comune degli uomini si sarebbe giudicato come “bene” e “male” ha inesorabilmente condotto alla legalizzazione della morale, consegnando alla legge (ed alla casta giudicante) l’imprimatur etico sulla condotta dei cittadini. Capita così che nello scellerato -ma legale- scambio tra eletti ed elettori che per 50 anni si è alimentato di “consenso” vs “distribuzione massiva di reddito” e che ha generato il più mostruoso debito pubblico dell’universo, nessuno degli “scambisti” si senta oggi in alcun modo colpevole di alcunché. Anzi. Chi ne ha beneficiato invoca i famosi “diritti quesiti”. Chi li ha bellamente elargiti, se lo ha fatto nella dovuta correttezza procedurale imposta dalle norme, ha adempiuto al suo ben retribuito mandato di rappresentate del popolo: hai detto niente! Capita così che, in tempo di default planetario e manovre che non bastano mai, signo dato, parta la grancassa della versione (fiscale) di una “questione morale” che, però, neppure sfiora gli ingordi scambisti e le spese del loro mènage, mentre travolge inesorabile tutti coloro che ne osano, mestamente, contestarne il costoso vizio: i famosi “parassiti”, che l’Agenzia delle Entrate ha messo all’indice con l’infamante spot “Chi vive a spese degli altri danneggia tutti”. E che mai si sognerebbe di commissionare uno analogo spot del tipo: “percepisci legalmente uno stipendio o un compenso a spese della collettività per un lavoro o un incarico inutile o del tutto sproporzionato ai benefici della stessa collettività? Dimettiti”. Si chiama moral suasion…. Sarà legale?

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