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Le manovre dell'opposizione

25 Agosto 2011 alle 15:19

Se ne parla come di una pinzillacchera. L’opposizione, ferma sostenitrice della costituzione, violata più volte dalle leggi ad personam varate dal Cavaliere “Pro domo sua”, rulla i tamburi di guerra. Lo stato di diritto, garantito dalla costituzione e dai politici che vi giurano fedeltà assoluta, al momento d’essere nominati ministri o sottosegretari del governo in itinere, è in serio qui pro quo. La smania di fargliela pagare, a quei signori che hanno esportato capitali per sottrarli alla falcidia del fisco, prevale prepotente e quegli stessi capitali, riportati in Patria mercé legge di condono legiferato dal Parlamento, quegli stessi capitali dovrebbero essere ritassati per saziare la brama di giustizia fiscale che anima i sinistri e le cabezas che guidano il proletarlato. Naturalmente tutta la faccenda trova la sua giustificazione nell’ansia che rode le opposizioni per dimostrare, al colto e all’inclita, che il fisco equanime parte dal presupposto d’essere tutti tartassati e, chi lo è un po’ meno per motivi astrali, subito al tassatologo (boia) per alleggerirlo dell’adipe non ancora sgrassato. La lotta (mi piace l’immagine del corpo a corpo) all’evasione fiscale è lotta dura (un certo Robin Hood, da Nottingham, è passato alla storia proprio per le tasse esose, 1200 circa), neanche i lottatori di sumo sanno cosa sia sconfiggere un’evasione fiscale che da decenni affligge le finanze dello stato. E da decenni, immancabilmente, i sinistri in carriera e quelli che vi ambiscono, quando le cose dell’economia non sono più rosee, ecco che ricorrono alla lotta all’evasione come estremo espediente per non riconoscersi dissipatori delle finanze del paese. Si presume che l’evasione fiscale sommi a cifre da capogiro, centotrenta miliardi annui che se recuperati ci metterebbero al riparo di qualsiasi stangata tremontiana o amatiana di qualche decennio fa. Ovviamente son tutte supposizioni, di reale c’è lo Stato di diritto garantito dalla Costituzione che va a farsi benedire e gli allocchi, che hanno creduto alla sanatoria legiferata con gride manzoniane, si convinceranno d’essere più guardinghi quando, la prossima volta (ci sarà sempre una prossima volta), saranno invitati a fidarsi della longanimità dei potenti a caccia di prebende. Ma non credo che la cosa finirà come vorrebbero Bersani e Di Pietro (con annessi e connessi), la faccenda è troppo seria perché finisca con una patente violazione dello stato di diritto: quali che siano i nobilissimi motivi a suggerirla. È una sceneggiata per gonzi che i due attori si accingono a interpretare per le folli desiose di dissanguamenti, fiscali nel caso che trattiamo, ma grassazioni nel Colosseo se si trattasse di gladiatori suggestionati dagli euro delle vittime tartassate a tradimento. Tartassate, non tassate.

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