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Le strade cinesi

19 Agosto 2011 alle 12:00

Bell'analisi, e soprattutto ottimista, quella di Carlo Pelanda sul pericolo che corrono gli stati emergenti. Da anni, qui, i cinesi aspettano una crisi economica incombente. L'attendono pragmaticamente, per imparare a fronteggiarla, capirne i possibili risvolti, e per poter padroneggiare meglio il loro stesso futuro. Ma non sanno bene da quale fronte arriverà. Quella del 2009 fu per la Cina una piccola crisi che riguardò soprattutto i lavoratori migranti. Mentre chi corre sulle strade italiane avverte il declino dal numero delle buche che si moltiplicano di anno in anno - ma con un numero di morti per traffico comunque declinante - va detto che i chilometri di quelle cinesi, pur tra falle e crolli, si raddoppiano ogni anno. Ragion per cui - la qualità (mista alla quantita') delle strade come epitome dello sviluppo - quelle virtù che portano l'Italia a rappresentare - rispetto ad altre economie volatili e finanziarie - una economia sana che si regge ancora su lavoro, servizi e assets (che siano patrimoni immobiliari dei privati, dello Stato o della Chiesa) non vanno abbandonate. Ma vanno alimentate da un altrettanto sano interesse a trattare la Cina, l'India e altri paesi, con nuovi occhi e nuove volontà di scambio. La Cina, mercantilista quel tanto che basta a radicare la sua ricchezza, se non sull'oro su beni tangibili, chiede all'Italia proprio la qualità (di tutto, compreso il vivere), l'Italia potrebbe scambiare la sua qualità con le quantità cinesi (di tutto: i turisti, per esempio), per qualcosa di più che non la mera sopravvivenza (economica) che pare caratterizzare oramai il bel paese.

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