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Elisabeth Batinder e la filosofia da rotocalco

1 Agosto 2011 alle 19:00

La gravidanza è diventata una malattia da curare (ma, se perseguìta a dispetto della natura, una sfida sanitaria, una performance bio tecnologica, un cimento). Coerentemente, la maternità ha assunto sempre più i contorni di uno stato invalidante: una eccezione alla normalità, che ha consegnato ai musei antropologici dell’occidente quello che un tempo era considerato l’ovvio compimento dell’incontro dei sessi (maschile e femminile, ça va sans dire). E il frutto di tale eccezione alla normalità è diventato pertanto quel figlio, spesso unico, oggetto di assoluta idolatria devozionale e suo malgrado elevato a tiranno. Elisabeth Batinder ha, giustamente, stigmatizzato tale fenomeno come una sorta di retorica fondamentalista della maternità, cui la stessa oppone, per reazione, l’antiretorica della disinvoltura: “Ehi, rilassatevi. Bevete un bicchiere di vino, fumatevi una sigaretta, date un biberon al vostro bambino e cercate di riprendervi la vostra vita”. Ma tra una retorica ed un antiretorica al bimbo resterà l’amara sensazione di non capire perché mai sia venuto al mondo. Sul punto la “filosofa” Elisabeth Batinder, tace. E questo silenzio riavvicina inesorabilmente la “severità” dei suoi saggi alla leggerezza di un qualsiasi rotocalco femminile. Di quelli, per intenderci, che specialmente d’estate, più che mostrare i rimedi per le smagliature da "pancione" non ardiscono fare.

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