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Nuptiae per raptum

26 Luglio 2011 alle 16:00

La Consulta inconsultamente ha dichiarato che un clandestino può regolarmente sposarsi in Italia, perché il diritto a contrarre matrimonio appartiene a quelli umani garantiti dalla costituzione. Ormai la prima parte della Carta è presa a pretesto per giudicare su tutte le aberrazioni del diritto; si sa che non c'è niente nelle leggi che non si possa aggirare con un sillogismo, non per niente siamo il paese dei "paglietta". Se pur lo spirito della legge è conservato (e qui "motto non appulcro") non è conservato lo spirito della nazione, che prova giusto risentimento per una sentenza che contrasta con il sentimento comune che distingue tra la Venere vagante (diritto comune umano) e istituto matrimoniale catalogato nel diritto civile. Se è un clandestino il suo non è un matrimonio, ma un rapimento, secondo l'antico rito delle nuptiae per raptum come fu quello di Romolo e dei suoi con le Sabine. La sentenza ha anche i suoi risvolti comici: si spende tanto per trattenere i clandestini nei centri di identificazione temporanea senza riuscire a conoscerne nome e provenienza in 18 mesi, basterebbe rilasciare licenza di contrarre matrimonio con le indigene per identificarli (si spera) . Il concilio di Trento ha impedito la poligamia con la pubblicazione dei contraenti nozze, preparando la futura registrazione anagrafica del matrimonio, adesso si ritorna alla barbarie naturale, favorita da chi crede che esista un diritto naturale reale mentre è solo positivo, posto quindi dalle leggi, che lo definiscono nei modi e nei limiti delle consuetudini e delle leggi stesse. Prenderlo a pretesto per fondare qualsivoglia sentenza è uno sproposito dei magistrati che decretano secondo il principio tirannico del "sic volo, sic iubeo" .

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