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Atti di pietà

14 Luglio 2011 alle 13:00

Una mia vecchia zia di paese, che oggi sarebbe ultracentenaria, soleva - in gioventù - aiutare la levatrice a far nascere i bambini. Orbene, mi raccontò un giorno, se a una povera contadina afflitta da molte maternità capitava che nascesse un bambino visibilmente e irrimediabilmente menomato o deforme, l'ostetrica - con grande pietà - lo battezzava e lo soffocava, chiedendo subito dopo perdono a Dio. Il bambino in questione non sarebbe comunque sopravvissuto, ma non voleva dare a quella madre il doppio dolore di avere partorito un figlio che non sarebbe mai cresciuto e, al contempo, del quale non avrebbe avuto modo di occuparsi adeguatamente nelle poche ore (o giorni) in cui il neonato fosse vissuto. Era quella praticata dall'ostetrica, con la complicità di mia zia, eutanasia? Era omicidio? Io preferisco rubricarlo come atto di pietà. Di questi "atti di pietà", nei secoli e in ogni Paese, se ne sono sicuramente verificati milioni, operati per alleviare le sofferenze dei moribondi di qualunque età. Ma come tutti gli atti di pietà, sono stati compiuti nel silenzio, lontano dai pubblici clamori, e ai limiti, quando non al di fuori, della legge. Per l'appunto, la legge non potrà mai regolare un "atto di pietà". Io vorrei sentirmi libera di decidere un domani, se lo potrò, della mia vita, o di quella di un figlio ridotto come Eluana. Sarò sola col mio dolore e sola deciderò quello che intendo fare. Pronta a subire le conseguenze della legge terrena, e senza dubbio, di quella divina. La legge può solo essere a favore della vita e tutelarla. Tutto il resto, attiene alla coscienza del singolo.

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