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I vitelloni di via Veneto

11 Luglio 2011 alle 17:00

Erano gli anni disperati della miseria postbellica. La scapigliatura neorealista della cultura romana, già fascista, si riuniva là, Via Veneto, dove Totò faceva il parcheggiatore abusivo (regolarmente riconosciuto dalla comunità parcheggiatrice). “I vitelloni”, di Federico Fellini, aveva fatto emergere dalle rovine della guerra tutta la frustrazione di una gioventù alla ricerca del suo ubi consistam. Scapigliatura neorealistica, bucolica e pastorizia, che fuggiva la provincia alla conquista di un posticino verso la gloria e la notorietà munificatrice. “Il sorpasso” aveva lanciato alla ribalta cinematografica un Gassman cinico e sarcastico, quietamente sostenuto da un giovanissimo Trintignant che non afferrava l’allusione maliziosa, “occhio fino”, (finocchio), cui Gassman si riferiva canzonando lo zio del giovane un po’ così …L’arrembaggio serotino ai tavolini di Via Veneto era diventato la Tortuga dei bucanieri moderni a caccia dei tesori turistici. I playboy, “pappagalli”, si esibivano chiacchieroni e concupivano le vichinghe anch’esse sulle orme di Anitona che faceva il bagno nella fontana di Trevi. La gioventù del loco, vestita a festa, mirava ed era mirata e in cor si rallegrava. “La dolce vita” è del 1960, l’Italia ospitava le Olimpiadi a Roma, si guadagnava l’Oscar della lira (la migliore perfomance finanziaria di una moneta europea); timonava l’Italia un premier Dc conclamatamente “occhiofino” e nessuno se ne scandalizzava. La benzina costava 100 lire al litro. I paparazzi crearono uno stile fotografico completamente sconosciuto ai fotografi dei tabloid e riviste del tempo. Le grandi penne del pensiero postfascista si riunivano, come “Vitelloni”, là, in Via Veneto, e progettavano le pagine da stampare per intrattenere la gente mondana che a Via Veneto ambiva ma non avrebbe potuto mai arrivarci. Penne celebratissime della “tirannia” fascista, da Via Veneto, avrebbero preso il volo, planando sui cieli della Patria accomunati da uno stesso destino. Un’arsura antica ci faceva sitibondi e libavamo dalle pagine intelligenti che la nuova scapigliatura sapeva offrirci: si beveva a sazietà, mai satolli. Fiorì così la leggenda che tuttora accompagna qualche residuato dell’antico club, incapace di rendersi conto che i decenni sono passati e i cuori si sono induriti: la vita impone il suo prezzo. Un bell’uomo, alto, barbuto come un Platone, colto, intelligente e cinico, baciato dalla sorte, sodale di più di un Socrate e di qualche Alcibiade libero pensatore. Crème del gruppo ristretto che dominava la cultura del tempo, firma autorevolissima del suo nuovo quotidiano, domina da un quarantennio il panorama politico-economico del Paese e detta la linea di condotta che il suo autorevolismo ritiene giusto per le sorti degli italiani e di quelli che si avventurano nell’ardua impresa di timonare l’Italia. Ne fa le spese l’attuale nocchiero della nave Italia. Partorisce domenicalmente il suo pensiero scritto e i discepoli, e le turbe dei credenti, se ne pascono e lo ricordano… Ormai è un rito sacro, il caffè, o il cappuccino, mentre gli occhi scorrono veloci fra le righe, lunghe, dell’articolessa offerta generosamente a più colonne. Dopo decenni di ripetizioni è impossibile restare originali e l’antica verve s’è perduta fra le brume dell’usuale. “Amicus Plato, sed magis amica veritas”. Normale se si trattasse di un uomo normale non prigioniero della sua vanità. Chi non è vanitoso? Scagli la sua prima umiltà chi non è vanitoso. Qual è la conclusione? “Qui fit, Mecenas, ut nemo quam sibi sortem, seu ratio dederit, seu fors obiecerit, illa contentus vivat, laudet diversa sequentes?" Nemmeno Orazio avrebbe saputo darci una risposta esauriente.

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