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Imperare è imparare a morire

9 Luglio 2011 alle 12:00

Dopo innumerabili vaticini di nera sventura e di epocale rovina si scopre infine che Berlusconi non è né Cesare, né Napoleone, né Craxi, non finirà i suoi giorni di principe sotto i coltelli di coloro che ha beneficato né nell'esilio voluto da coloro che invece ha sconfitto. Egli può ritirarsi perchè ritiene di aver trovato un erede, Alfano è il generale investito per perpetuare lo spirito del Cavaliere oltre il termine mortale di quest'ultimo e vi è ragione per credere che se al trapasso politico di Berlusconi i suoi accoliti non ne riconosceranno il volto risorto nel condottiero prescelto allora si disperderanno in satrapie spartendosi l'impero elettorale conquistato. Un grande impero non può essere infatti sorretto dalla sola forza o dall'ecumenismo delle idee, esso è l'opera spirituale di un leader che ha incorporato misticamente la civitas al proprio sè con l'ausilio della retorica, simul stabunt vel simul cadent. Da questo deriva il legame affettivo e perlopiù irrazionale che stringe un popolo a un certo personaggio pubblico, nella sua gloria tutti speculano la propria gloria e nelle sue miserie tutti riflettono le proprie miserie. Presentendo che ha compiuto la missione affidatagli dal destino un condottiero può ritrarsi nel letto di Venere, che è lo stesso letto funebre sopra a cui adagierà il simulacro dell'uomo, litofania che sigilla la verità della persona fino a che l'alito vivificante della resurrezione non farà rotolar via le pietre di tutti i sepolcri.

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