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Legge elettorale e referendum

2 Luglio 2011 alle 15:00

Dopo la pseudo vittoria dell'ultima infornata, si torna a parlare di referendum. Questa volta per un motivo serio: la riforma della legge elettorale. Una classe politica dignitosa l'avrebbe già realizzata da tempo. Come da tempo avrebbe provveduto ad eliminare le province, ridurre le Regioni, ridurre di due terzi i parlamentari e i loro stipendi, differenziare le funzioni delle due Camere, riformare (anzi rifondare il sistema giustizia), raddrizzare il sistema amministrativo (in toto e nel fiscale in particolare), ecc. ecc. ecc.. E, invece, che si fa? Si gioca al referendum, un giochino democratico, si dice. Sono le leggi, invece, che devono regolare la vita sociale ed è il potere legislativo deputato alla loro formazione. Con la convalida, naturalmente, del presidente della Repubblica e della Consulta, quando autorevolmente richiesto. Oltre dovrebbe essere ammissibile solo un referendum propositivo o confermativo. A volermi rovinare uno abrogativo di un'intera legge, che il potere legislativo dovrebbe sostituire in 3-6 mesi, periodo durante il quale dovrebbe continuare ad avere ancora vigore la vecchia legge: senza quorum, va bene, ma con una maggioranza del 50 per cento + 1 degli aventi diritto a votare. L'unico referendum veramente utile, quello del 1946, non mi sembra che fosse abrogativo! Anche se ha portato all'abrogazione della monarchia. E, comunque, dato il presunto spirito democratico dell'istituto (modificato come detto), bisognerebbe che il legislatore elevasse di molto il quorum. Altro che abbassarlo, come vorrebbero in tanti, dal facinoroso che ha tutto da guadagnare dal disordine, alle persone illuminate che si illudono di vivere in un mondo di persone dotate ed oneste. Già così può vincere il 25% + 1 (ad abundantiam)! E per una scelta non sempre (quasi mai) razionale, rispondendo a subdole sollecitazioni degli istinti.

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