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La cultura del chiudere un occhio

17 Giugno 2011 alle 17:00

Si fa in gran parlare della questione morale. Alcuni partiti si vantano di essere probi e vedono sempre la pagliuzza negli occhi altrui, altri si lasciano denigrare dalla mattina alla sera e assistono alla gogna mediatica a danno di propri esponenti. I tribuni dell'antipolitica e della legalità salgono sui vari pulpiti e trascinano masse di internauti che si eccitano al pensiero di essere il braccio armato della caccia al corrotto, a prescindere dalla fondatezza delle accuse e tanto meno dal candore del predicatore di turno. magistrati, che si sentono padri eterni, per il solo fatto di aver vinto un concorso pubblico che ha fornito loro una toga, vanno a caccia di prede e poco importa se dietro i ploveroni, non trovano sostanza e lasciano rovine, disonore e talvolta morte, dietro di se. Questo quadro, desolante a dire poco, fa bella mostra di sè in un paese dove la cultura del chiudere un occhio ha permesso il diffondersi dell'illegalità, praticamente a tutti i livelli. Non è lasciando correre i piccoli reati che si può stabilre la legalità e l'ordine in un paese. L'idea di "farla franca", tanto non mi beccano – fanno così tutti - c'è di peggio - non sarà certo questo che manda in rovina il paese" parte dal basso e sale, autoalimentandosi e crescendo a dismisura, fino alle stanze del potere. Forse, se si cominciasse a fare sul serio a far rispettare la legalità, a partire dal quotidiano, si potrebbe ottenere una classe dirigente che, abituata a rispettare le regole, rispetti il paese e i suoi cittadini. E forse si potrebbe ricominciare a vedere un po' di sana civiltà giuridica. Come dice un popolare slogan pubblicitario di una grande catena alimentare britannica: every little helps.

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