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Prepariamoci alla tempesta referendaria

4 Giugno 2011 alle 10:00

Nel 2005 mi sentii molto coinvolto dalla battaglia per il referendum sulla fecondazione assistita, che mi confermò nella drastica avversità all'istituto referendario, sorta per l'esito di quello sulle centrali atomiche del 1987. Ed ora ci risiamo. Il primo referendum (o plebiscito, da plebs), del 2 giugno 1946, è stato un mezzo per avviare la ricostruzione di una nazione distrutta: populista, elementare, ma servì egregiamente per recuperare dal nulla un Paese distrutto e in piena guerra civile. So che l’istituto è adoperato in via ordinaria anche in tanti altri Stati, nella confinante Svizzera in particolare, ma non ho sufficiente preparazione per disquisirne: perciò mi limito a delle semplici osservazioni (osservazioni, non lezioni) su quello che avviene concretamente in casa nostra. Da noi sono abrogativi (e lo fossero almeno per l'intera legge), altrove propositivi o confermativi (con influenza sul potere legislativo e non direttamente sulle leggi). Così come congegnato, il sistema permette l’imposizione della volontà di un’infima minoranza (il 25 per cento + 1, dato dal 50 per cento +1 degli aventi diritto e costituente il quorum, diviso due, arrotondato al numero superiore). Se si trattasse solo di conoscere un’opinione... Qualcuno propone di eliminare il quorum, dando per scontato che si tratti di un mezzo democratico, rifacendosi alle elezioni politiche. PO-LI-TI-CHE!!! Ma il referendum abrogativo è cosa diversa, trasformato in un vero e proprio atto legislativo! Mezzo tecnicamente rozzo ed inidoneo all’uopo, usurperebbe, al potere legislativo, la funzione di modificare una legge, amputandone una parte e sconvolgendo l'intera! Senza alcun intervento di sostegno o ricostruttivo. Vorrei ricordare che la democrazia è la dittatura della maggioranza, che è, come diceva Churchill, un pessimo sistema, ma il meno cattivo di quelli esistenti.

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