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Il monito delle guerre Balcaniche

27 Maggio 2011 alle 09:00

Le guerre jugoslave, riportate alla memoria dalla cattura di Mladic, ricordano a chi istiga odio e sproloquia di guerre di liberazione quale possa essere la via del radicalismo in un paese senza grandi tradizioni unitarie, in parte già diviso e con istituzioni deboli. Alla caduta del comunismo, che in Jugoslavia si saldava con la tradizione pan-slavista a tenere unita una federazione per certi versi eterogenea, il confronto si sposta fra istanze autonomiste e centraliste. Politici spregiudicati come Milosevic e Tudjman, in nome della “giustizia”, consolidano il potere radicalizzando lo scontro lungo pre-esistenti linee etniche e presto compare il terrorismo: esponenti d’entrambe le parti sono assassinati. Quando, nel ‘91 l’Armata Rossa, col pretesto di riportare ordine, comincia l’assedio di Vukovar, città di relativo benessere e dai molti matrimoni misti, pochi hanno lasciato la città. Non si crede alla guerra civile e si pensa che 45 anni di convivenza pacifica fra serbi e croati non possano essere cancellati ma la città, teatro del primo grande massacro, si disgrega nel caos, casa contro casa, strada contro strada. Il sangue fa uscire di senno e alcuni, prima in Croazia e poi in Bosnia, cominciano a farsi a pezzi in un crescendo che porta al comando uomini come Mladic, boia che non obbliga nessuno perché ha molti volontari, e che costringe tutti a schierarsi con i consanguinei, perché fra gli altri li aspetta il disprezzo. A centinaia di migliaia emigrano in Austria e Germania, paesi che in tema d’accoglienza sanno essere grandi. La guerra, che si sarebbe altrimenti conclusa con l’annientamento d’una parte, è fermata dall’intervento internazionale, che divide il paese per linee etniche. Cosa rimane di questa follia? Nessuno ha vinto, tutti hanno perso: esclusi forse gli sloveni, tutti sono più poveri, intere generazioni sono perdute e l’odio s’annida ancora in molti. L’unico, tragico insegnamento è che la via del radicalismo non dovrebbe mai essere rischiata.

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