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Perché Pan non spiega nulla della sessualità contemporanea

24 Maggio 2011 alle 21:00

Non discuto sulla opinabilità di quanto detto da Merlo; mi limito a dubitare del fatto che basti rilevare, come fa il sig. Crippa, il carattere atavico dell’istinto sessuale per confutare l’asserita relazione tra dottrine sessuofobe e sessualità malamente orientata. Che i Greci avessero già riconosciuto le difficoltà dell’uomo a dominare la violenza di quell’istinto vale a giustificare la loro fama di pensatori geniali non a legittimare l’idea che quella difficoltà siano insuscettibili di mitigazioni ed esasperazioni. La società che creò Pan, i suoi mistici, considerava il sesso uno dei piaceri della carne; non una pratica abominevole ma una zavorra per lo spirito come ogni altra forma di avidità. Pare avere l’inoppugnabilità di un fatto che i Greci ritenessero il sesso del tutto privo di implicazioni morali; pedofilia e sodomia erano addirittura viste come dimostrazioni di piena virilità. L’idea dell’atto sessuale come oltraggio alla divinità, e dunque di atto intrinsecamente malvagio, immorale, compare per la prima volta nella religione (o mitologia) ebraica che inventa o scopre in esso il marchio di un incommensurabile colpa. Pare impossibile assolvere l’ebraismo dall’accusa di dottrina sessuofoba; l’inquisizione medievale ed il furore puritano di protestanti ed islamici ne furono insuperabili dimostrazioni ma, nel catechismo e nel sacerdozio riservato ai soli maschi obbligatoriamente casti, quella dottrina permane anche nel più liberale Cristianesimo; che la coazione (aggravata dalla promessa di castighi eterni) a reprimere un istinto primordiale, possa facilitare espressioni perverse di quell’istinto sembra altrettanto innegabile. Ciò non impedisce di considerare l’articolo di Merlo più che malizioso.

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