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Se Atene piange Sparta non ride

20 Maggio 2011 alle 08:00

Se gli amici sono quelli che sono, a cosa servono i nemici? Sembrerebbe questa la conclusione dello scontro per la conquista delle amministrazioni comunali che ha sovvertito gli equilibri politici con il voto del 15 e 16 maggio 2011. La maggioranza di governo è andata a gambe all’aria e gli outsider dell’opposizione di sinistra, dati per brocchi, hanno tagliato il traguardo con grande scorno della sicumera maggioritaria. D'altronde, i proverbi sono la saggezza in pillole che la storia tramanda per ammonire i distratti dal ripetere certi errori. Nel nostro caso sarebbe stato sufficiente ricordare che: “Chi semina vento raccoglie tempesta”. “Qualcuno ha remato contro” è la patetica ammissione di Berlusconi incredulo (?) per la debacle elettorale patita. Certo, ora bisognerà vedere con quale bilancino del farmacista si doseranno gli estremismi vincenti; se Giuliano Pisapia – rispettabilissimo cittadino dal cursus honorum encomiabile – risponderà alle esigenze del perbenismo democratico, e se De Magistris non si farà prendere dal sacro fuoco del “masaniellismo” che a Napoli è sempre l’ispiratore d’ogni giacobinismo. Per quel che mi riguarda, sono dispiaciuto che la maggioranza, cioè quella per la quale voto, sia andata in minoranza per il pressappochismo del premier: non certo un Napoleone sui campi di Austerlitz. Devo tuttavia felicitarmi con gli elettori che hanno saputo dimostrare che la democrazia ha le armi legittime per difendersi dall’autocrate che la soverchierebbe: il voto popolare. Fin quando il popolo accetta il potere di chi lo detiene per delega elettorale, bisogna essere ubbidienti alle leggi e rispettare la Costituzione che disciplina la nostra vita istituzionale. Vie traverse o veloci sono inimmaginabili, e non sarà la firma di qualche illustrissimo maître à penser, sotto un articolo di fondo, che ne sancirà l’eterodossia. La democrazia ha bisogno di uomini intelligenti, non di tribuni animosi eccitati dalla faziosità familistica.

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