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Una generazione di individui indifferenziati, eternamente giovani

18 Maggio 2011 alle 12:22

Quando di un giovane si diceva “prima o poi metterà la testa a posto” alludendo al disordine emotivo ed agli eccessi vitalistico/ormonali della pubertà (e del suo immediato “post”), l’orizzonte dell’assestamento esistenziale da perseguire era popolato da figure di uomini e donne sposati, con figli generati (almeno formalmente) “in proprio” ed una rete più o meno stabile di rapporti parentali che, ancora, registravano l’esistenza di “zii” e “cugini”: un sistema di reciproca plausibilità con evidenti solidarietà intra-generazionali, comuni aspettative post-generazionali, evidenti e diverse responsabilità e dialettiche inter-generazionali. Siccome la natura non tollera vuoti, alla denunciata estinzione dei cd. “giovani” anagrafici (figli e cugini) ed alla conseguente scomparsa dell’assetto di relazioni sopra ricordato, la società ha risposto nel modo più semplice, fondendo tutti i suoi componenti in una unica generazione di individui indifferenziati, eternamente giovani, pertanto interessati solo al soddisfacimento dei desideri attuali, indifferenti al futuro, in permanente stato di eccitazione da soddisfare a tutti i costi. Questa poltiglia di individui, tutti separati ma tutti omologati nei desideri e nei comportamenti, costituisce il lascito della perdita di senso della vita. E questo vale tanto per 3 adolescenti che si lanciano in una folle corsa notturna schiantandosi con l’auto a Posillipo, quanto per il vegliardo che con l’ausilio dei farmaci pensa di aver fermato il tempo e si ritrova a “dover” stuprare qualcuno per sentirsi vivo.

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