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Feti con richiesta di seppellimento

16 Maggio 2011 alle 18:00

Ad Ancona è un giorno come tanti. Come ogni mattino mi dirigo verso la Facoltà di Medicina per seguire le lezioni, ma, entrato in classe, mi informano che il corso di Anatomia patologica si terrà in sala autopsie. Argomento della lezione: le malattie cardiache all’analisi macroscopica. Mentre il professore spiega gli infarti, il mio occhio cade su quattro barattoli di plastica che riportano un’etichetta: “Feti con richiesta di seppellimento”. A fine ora io e una mia amica chiediamo di vederne uno. La reazione del resto della classe è tutt’altro che entusiasta, ma noi insistiamo affinché quel contenitore venga aperto. Il professore non si fa troppi problemi, prende il barattolo ed estrae un “reperto anatomico” di circa dieci centimetri. Molte mie compagne cambiano espressione del volto e, per la prima volta, noto che anche i maschi lasciano le loro risate sospese sull’esile filo della rima labiale. Il nostro credo religioso, che ci sia o meno, passa ora in secondo piano: ammutoliti, ci troviamo di fronte al tragico dramma delle nostre radici. Le voci che prima facevano a gara per indovinare la stenosi di una valvola aortica, la necrosi del ventricolo e le placche aterosclerotiche calcificate, si riducono a flebili domande: “Ma quello è l’intestino? Ma si tratta proprio delle dita? Quelli sono i polmoni?” Il professore spiega disinvolto: con le mani forza la cassa toracica (che è stata già aperta in corso di autopsia), frulla l’interno con le dita e tira fuori i polmoni; ci mostra l’abbozzo del cuore, il minuto groviglio di intestino che, come un gomitolo fra le zampe di un gatto, pende ora, parzialmente svolto, fuori dall’addome. Qualcuno chiede di che sesso sia, ma non è possibile capirlo analizzando la zona inguinale: è ancora troppo presto. Con la stessa disinvoltura il professore capovolge il piccolo feto ed affonda ancora una volta le dita, alla ricerca delle ovaie. Esaurite le domande che concernono il tronco, l’attenzione cade sulla testa. Gli ossi mascellari si sono uniti, la mandibola è abbozzata, gli occhi sono ben disegnati. Non possiamo vedere l’encefalo, asportato perché causa dell’aborto. Prima di riporre il reperto nel suo contenitore, il professore usa una pinzetta per schiudere quella minuscola bocca e stringere un lembo di tessuto apparentemente invisibile: si tratta della lingua. Nella stanza non vola una mosca. Quell’ultimo dettaglio, così insignificante, così concreto, rappresenta l’indizio che rivela il paradosso: ma ci troviamo di fronte ad un “reperto anatomico” o a un cadavere? Lasciamo in silenzio la stanza: l’ora è finita.

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