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Legalizzazione commercio organi umani

10 Maggio 2011 alle 09:00

Già nel 2008, quando appresi che l'Iran l'aveva realizzata dal 1966, considerai negativamente la legalizzazione del commercio di organi. Agli inizi del 2009 appresi che l'aveva realizzata anche Singapore e che il sistema stava progredendo in altri Stati, tra i quali persino Olanda e Stati Uniti, dove prosperano forti lobby sensibili ai grandi business. Ne approfittai per rilanciare la mia idea di statalizzare l'intervento, cioè renderlo obbligatorio all'accertamento della morte cerebrale (unica condizione necessaria). Senonché tale idea è ostica per tutti (da Frate Indovino al prof. Remuzzi, da Famiglia Cristiana al prof. Veronesi e al giovane e rampante Rosario Carello): per i più svariati motivi, primo fra tutti il feticcio di una libertà individuale illimitata. Invece a me sembra l'unico mezzo per dominare l'egoismo umano, che fa negare il dono nel 30% dei casi possibili! Senza sottrarre alcunché ad alcuno, si conserverebbe la vita (questa sì diritto naturale!) a chi senza non potrebbe sopravvivere. Sono passati dieci anni da quando ho provato a lanciare l'idea e c'è stata una ecatombe di morti ingiusti: nel 2002, solo in Lombardia, sono morti più di cento persone per mancanza di "pezzi di ricambio": e il prof. Remuzzi, nel dare la notizia, prevedeva che la situazione sarebbe peggiorata. Dopo si è arrivati ai donatori samaritani: commovente! Per fortuna voci importanti hanno chiesto grande attenzione (non potendo condannare quello che "appare" un frutto di nobile altruismo): da Francesco D'Agostino al prof. Remuzzi, ad Alessandro Nanni Costa. Io ritengo una finzione giuridica ritenere fattibile il trapianto (di un rene o parte di fegato) da vivente: non è come per il cuore, ma la salute del donante viene ridotta (mi sembra intuitivo) e uno Stato civile dovrebbe permetterlo solo per un fine superiore. Oggi 8 maggio il "Corriere" ha pubblicato un intervento del prof. Remuzzi ("Il mercato (impossibile) degli organi"), che, appunto torna sul commercio degli organi ed afferma: "Questa cosa non va fatta, per nessuna ragione". E non vi dovrebbe essere "ragione" neppure per la donazione, in base all'altra sua considerazione: "Nel mercato degli organi ci guadagnano solo i ricchi, per i poveri è sempre un dramma". Il nobile samaritano non vuole guadagnare, ma resterebbe col danno, voluto e del quale dovrà rispondere. Ma io temo che i controlli sulla donazione finirebbero, anche in un ambiente teutonico, per essere aggirati nel convergente interesse dei ricchi bisognosi, degli insaziabili affaristi e della disperazione dei poveracci. E' vero che sembra che l'insufficienza non possa essere superata totalmente neppure con la statalizzazione, ma di più l'uomo non potrebbe fare (e bisognerebbe aspettare che maturino progressi della scienza e della tecnica per abbattere del tutto il problema). Però lo Stato dovrebbe attuare la sua finalità istituzionale: il mantenimento dell'ordine sociale, che si realizza proteggendo gli interessi dei singoli, sopra tutto la vita, impedendo gli egoistici e antisociali comportamenti dei singoli, quali, per esempio, l'omicidio! Non si uccide solo con un'arma! Agli inizi del 2008 Gordon Brown ventilò un rafforzamento del principio del silenzio-assenso che mi fece ben sperare, ma subito fu sommerso dal silenzio. Allora perché scrivo questa lettera? Forse perché, da poveraccio, credo nei miracoli.

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