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Giacobini oltre ogni ragionevole dubbio

29 Aprile 2011 alle 18:00

È sorprendente scoprire come l’intransigenza politica sia un’infatuazione così contagiosa. Ci si aspetterebbe – da uomini colti, di consolidata fede progressista – (intervista di Umberto Eco al “Manifesto”), che certe debolezze freudiane, patrimonio della massa anonima soggetta al politichese, fossero ignorate grazie all’apporto della cultura che fa libero l’uomo che la possiede. Invece no, anche gli uomini di cultura son preda del fanatismo che fa della politica l’arengo nel quale si conciona da pennuti in lotta per il pollaio. Siamo caduti troppo in basso – come suol dirsi in frangenti simili – o il Gran Padre Dante fu già maestro dei “ghibellin fuggiaschi? (Secondo Foscolo). Sembrerebbe, almeno a leggere le storie, che il fanatismo politico prescinda dal sistema che regge il governo di un Paese, ciascuno è preda di questa febbre e si lascia trascinare nel gorgo della passione al di là di qualsiasi freno che dovrebbe imporre morigeratezza nei rapporti controversi fra indefinibili coscienze. Non importa se l’età viaggi verso la senescenza, importa che la nostra passione, fanatizzata, riesca a spuntarla facendo di noi stizzosi strumenti del politicare populista. Non c’è Platone che tenga, né Cicerone del “De Republica, Lo Stato”, né Rousseau con “Il Contratto sociale” a far da arbitro, né il Machiavelli PRINCIPESCO, o Guicciardini nel “Dialogo del reggimento di Firenze” a frenare gli impulsi sanfedisti di questo e di quello alla ribalta della notorietà: restiamo giacobini a dispetto di qualsiasi formazione intellettuale.

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