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Il disagio dei precari/ 2

14 Aprile 2011 alle 14:40

Che il precariato rappresenti una condizione difficile è evidente e non può certo essere oggetto di discussione. Però, al solito, fare di tutta un’erba un fascio è assai fuorviante e comporta il rischio di porre sullo stesso piano, aggiungendo beffa a danno, storie di concreto disagio e percorsi caratterizzati, invece, dalla ricerca di posizioni di più o meno comoda rendita alle spalle del contribuente. Credo si debba partire dal presupposto che il semplice desiderio non legittimi in alcun modo la pretesa del proprio soddisfacimento. Una volta si diceva:”L'erba voglio non cresce nemmeno nel giardino del Re”. A questo punto, già sento: “Quello è uno sciocco ritornello! Qui c'è gente che vorrebbe realizzarsi, ma non può”. Appunto. Supponiamo che a pagare le tasse sia una persona che, da qualche anno, spazza, con ogni clima, strade cittadine od una che, da uguale tempo, ripulisce, dalle penne residue, polli ignudi in una azienda agroalimentare. Due lavori come tanti, certo, ma, di fatto, privi di concreto potenziale realizzativo. Supponiamo, anche, che uno studente, dopo essersi laureato in una materia un pochino esotica e di scarso mercato, ma di cui era innamorato, decida che il suo futuro dovrà essere nell'insegnamento. Supponiamo, così che, pur conoscendo le condizioni difficili in cui versa il settore dell'educazione, egli decida, in ogni caso, di entrarvi. Fino a qui, lo studente ha esercitato una serie di libere scelte. Passa qualche anno (lo stesso periodo trascorso dagli altri due lavoratori nelle rispettive mansioni) e troviamo il nostro docente in piazza a reclamare il diritto di vivere il proprio tempo e, inevitabilmente, di ricevere una quota parte degli stipendi degli altri due altrettanto poco realizzati concittadini. Chiedo: cosa è successo, di non prevedibile a priori, tra il momento in cui il nostro precario ha scelto liberamente per l'insegnamento e quello in cui decide di scendere in piazza per la propria realizzazione?

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