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Il ratto delle Sabine

1 Aprile 2011 alle 19:00

Venticinquemila avventurieri del mare, presa terra, gettano le ancore della loro sopravvivenza nel molle terreno di un paese imputridito dalla miseria della filosofia e della religione, che per estenuazione della humanitas e della divinitas si consola con i surrogati della accoglienza e della benevolenza universale, celando agli occhi degli invasori la dichiarazione implicita di resa incondizionata. Si concede loro cibo e acqua per dissetarli e nutrirli, perché è prescritto di dare da bere agli assetati e da mangiare agli affamati, di vestire gli ignudi, ma si dimentica che una moltitudine di uomini giovani e baldanzosi (sono tronfi di ogni speranza data loro dal numero e dalla arrendevolezza degli altri) privi di tutte le cose cominceranno a pretendere tutte le cose alle quali per natura hanno diritto, tra le quali ci sono le donne. Le guerre storicamente avvengono per conquistare territori e abitarli con donne indigene (dal ratto delle Sabine alla colonizzazione del nuovo mondo). Quando le donne italiane saranno esposte alla violenza metropolitana di nord-africani impriapati, avranno i loro padri ancora l'animo di discutere sul sesso degli angeli? E i sacerdoti che non hanno figli e figlie vedranno di buon animo le loro pecorelle straziate dagli stupri e dalle violenze inevitabili? Quale novella si racconterà negli studi televisivi sulla necessità di aprire le porte agli invasori? Non si è mai sentito dire da un governo che bisogna aprire le porte ai nemici, esso sta in carica per questo, per difenderci dai nemici, ma noi accettiamo di cambiare le cose cambiando il nome; la Francia difende bene i suoi confini, noi non abbiamo mai saputo fare questo nella nostra storia antica, moderna e contemporanea, Se Guicciardini diceva che l'Italia poteva essere conquistata solo col gesso per disegnare gli accampamenti e Metternich che era solo una espressione geografica, a tutt'oggi nulla è cambiato, tranne la retorica delle celebrazioni unitarie.

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