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La (solita) canea volterriana rivolta contro il professor De Mattei

29 Marzo 2011 alle 17:00

Forse, quaranta anni fa, dichiarare di essere atei poteva ancora sorprendere l'uditorio e gratificare in qualche grado la vanità personale del pronunciante. Oggi, è meta popolare, raggiungibile volando in economica. Sentire di scelte personali di ateismo è originale come lo è l'ascoltare il racconto di un viaggio turistico in Thailandia (magari, con la consueta enfasi sul fatto che quella è terra di grandi, grandissimi contrasti. Magari pure con contorno di narrante intento a annusare l'annata buona del Brunello nel calice giusto). In ogni caso, il non credere è condizione assolutamente legittima (si tratta, del resto, di una tra le mille sfumature del religioso). Altra cosa, però, è utilizzare questa modalità come collante tribale per attacchi concentrici verso singole persone, ree di avere espresso opinioni del tutto equivalenti, in legittimità, a quelle di qualsiasi ateo più o meno seriale. Del resto, chi in questo frangente chiama a testimoniare Voltaire (settecentesco precursore dei tanti, odierni turnisti narcisi da talk show) dimentica che quest'ultimo aveva anche sentenziato di essere disposto a dare la propria vita per la libertà di espressione di chiunque. Ma vabbé. Quella citazione farà comodo per la prossima battaglia di civiltà o per il prossimo show di Benigni. Ad ogni modo, suggerirei a quanti oggi urlano il loro scandalo facile su Internet di andare a leggersi la recente storia del Vaticano II scritta dal Professor De Mattei. Da essa, molto potranno capire (più che da mille citazioni di opinionisti antichi e moderni) del brodo di coltura in cui tutti quanti siamo cresciuti negli ultimi quaranta anni ed anche, probabilmente, di come siano maturate le condizioni (sociali, soprattutto) favorevoli al loro odierno essere (o dichiararsi o fotocopiarsi) atei.

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