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Da poeta della politica a tipaccio? O la parabola della presunzione?

28 Marzo 2011 alle 17:00

Il Direttore coglie “the core” di Vendola: ”Si è in un torno troppo breve di tempo grottescamente omologato agli stilemi del gruppo burocratico che diceva di voler combattere”. La prima delusione è per l’uomo: quello che Niki aveva fatto vedere non poteva coincidere coi tratti dei trucidi antiB. Si era distinto per un modo diverso di proporre l’utopia di un mondo che potesse escludere, anzi governare, i contenuti intrinseci più egoistici della natura umana, il suo impegno dichiarato era di far emergere quelli migliori e più consoni alla convivenza fruttuosa tra gli uomini. Poi? La monocorde ossessione d'èpater che sfocia nella decadenza. La politica, piaccia o no, ha le sue regole, i suoi riti, le sue mire, i suoi interessi prosaicamente terreni, che vivono e s’estrinsecano su piani diversi, opposti a quelli che l’uomo Vendola proponeva. Da qui il suo fallimento come politico nuovo. Lo evidenzia la sua torva omologazione. Cosa potrà mai imparare dal rivedere “La ricotta” se oggi la sinistra italiana è più meschinamente borghese di quel mondo che sacrifica con noncuranza l’affamato Stracci? Quanto più si richiamerà a PPP, tanto più la politica lo rigetterà. Se pensa di omologarsi per convenienze tattiche contingenti, sperando poi di librarsi ancora "libero e giocondo", s'accorgerà a sue spese quanto errato sarà stato quel calcolo.

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