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Fra terremoto - tsunami - nucleare impazzito

16 Marzo 2011 alle 19:30

Il cataclisma che colpisce il Giappone ci stupirà, una tragedia simile poteva essere solo immaginata in un film dell’horror. Ma ci lascia ammirati la pacata paura dei giapponesi che hanno affrontato la serie di tragedie, susseguitesi allo sconvolgente terremoto, con una compostezza che tutt’ora desta la nostra sbigottita meraviglia. Il sostantivo “paura” s’è ammantato di svariati orpelli che lo nobilitano corredandolo di significati più o meno fantasiosi. La paura è paura, e non c’è ma che tenga, quando ci pervade è la nostra coscienza che si obnubila e l’istinto di conservazione trionfa nella fuga, se ci riesce. La paura dei giapponesi è stata composta, cioè non ha assunto le vesti del panico, l’intero popolo giapponese ha saputo piegarsi come canne al vento della mala sorte per poi rizzarsi una volta che la furia degli elementi si fosse placata. Gli antichi samurai, temerari vassalli agli ordini del feudatario, ignoravano cosa fosse la paura e affrontavano la sorte con la sola forza della loro “katana”, spada affilatissima che una volta sfoderata necessitava della sua vittima sacrificale. Così Akira Kurosawa, celeberrimo regista giapponese, cantò “Rashomon”, e il mito dei “I sette samurai”, e l’Occidente osannò all’opera di un genio cinematografico e all’epopea di un popolo. Con il terremoto – maremoto - disastro nucleare, non è in gioco l’ingegno di un regista cinematografico, sono secoli di cultura scintoistica che emergono dalla coscienza ancestrale dei giapponesi: e li fa essere quelli che sono. Umilmente forti. La paura resta paura e il coraggio non è mai temerarietà che sfida la sorte, l’imponderabile talvolta stravince, ma per vendetta non per ignavia.

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