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Quale delle due?

15 Marzo 2011 alle 14:30

Le esternazioni e le prese di posizione partigiane di alcuni p.m. sollevano perplessità e contestazioni. Dopo un accordo di pancia, le trovo invece non molto coerenti. Se è vero che nella teoria del diritto italico il p.m. dovrebbe ricercare la verità; nella prassi la figura del p.m. italico assume quella che nel libro di Giobbe è la figura del Satana – quella che in origine non aveva alcuna connotazione diabolica - cioè un ufficio di corte che ha la funzione di difendere l’interesse della collettività, di indagare i comportamenti delittuosi e di “provare” i presunti colpevoli. Anche la riforma della giustizia in concepimento mi sembra che riconfermi questa collocazione del p.m.; non lo si vede neutro, bensì di parte, un avversario. E si sottovaluta così l’importanza della fase istruttoria, che, se non aperta alla ricerca della verità, può essere indirizzata su di un binario con destinazione prefissata. Poi, bilancia in equilibrio sì o no, valla a smontare. Qui, secondo me, sta il grande equivoco, il nodo che non si vuole sciogliere. Dobbiamo decidere se la nostra visione è la stessa del grande accusatore di Giobbe, per cui ogni azione umana è motivata da un interesse, un tornaconto, o addirittura da un risentimento o una vendetta; oppure se la nostra scommessa è la stessa del Signore, che conosce i nostri limiti e le nostre imperfezioni, ma crede nella verità dell’uomo ed ha fiducia in lui, pur sapendolo, o proprio sapendolo, peccatore. Siamo sul palcoscenico di un dramma universale, dove in ogni situazione si nascondono e si mischiano il bene e il male, per cui l’uomo è un mistero. Per venirne a capo è davvero necessario continuare ad usare il falcetto?

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