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La parola è la cosa

13 Marzo 2011 alle 12:00

La riforma della magistratura presentata dal governo è epocale per il fatto che muta le cose mutando il loro nome. In tutta la sezione della carta costituzionale che la riguarda l'emendazione non è senza importanza, perché nel caso prescritto si fa riferimento ad un insieme di individui collocati in uno status (magis) di per sé al di sopra della legge, che è uguale per tutti tranne che per loro, a cui spetta una insindacabilità contraria a quello stesso art. 3 invocato contro Berlusconi. Facendoli cadere nella più comune classe dei "giudici" li si colloca nella fattispecie dei funzionari pubblici a cui spetta un compito specifico, che è quello di giudicare secondo giustizia. Solo se vengono ricollocati nell'ordine della scala gerarchica statale possono essere come tutti i funzionari dello Stato chiamati a rendere conto nelle forme previste del loro operato. Fino a quando essi soli, invece, restano "magis", appartengono a una categoria di semidei separati dal popolo che li onora con timore e tremore, "tantum potest religio" nel governo degli uomini.

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