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I giudici e le offese

9 Marzo 2011 alle 19:30

Ricordo una delle scostanti manifestazioni televisive dell'elequente Sgarbi; seppur il suo essere eternamente sopra le righe talvolta mi indispone, ho dovuto riconoscergli in quel caso una oggettiva verità. Dovendo, come prassi, ricorrere alle più vivide figurazioni per attaccare l'avversario di turno, prese ad apostrofarlo con: "Capra!". A domanda sul perché avesse optato per quel inusuale epiteto, il provocatore nostrano rispose candidamente: "Ho più di duecento querele per offese e ingiurie; praticamente non posso dire nulla senza che non sia considerato offensivo. L'unica che ho trovato per cui i giudici non mi hanno ancora incriminato è 'capra'". Dunque, non solo espressioni colorite come frocio, negro, deviato, corrotto, ladro, puttana (...) sono bandite, ma ormai lo sono a pieno diritto anche vecchio, ignorante, nano, bamboccione (...) E' sufficiente che il giudice di turno ravvisi un "alone" di offesa nel tono per configurare un reato. Lasciando da parte la considerazione che si tratta di una forte limitazione della libertà di espressione, soprattutto in relazione al registro adoperato: "frocio" detto in un contesto di quotidiano linguaggio parlato non può e non deve avere la valenza di "frocio" usato in un manifesto politico, in un saggio antropologico, in un articolo di divulgazione. Lasciando da parte il fatto che alcune espressioni italianizzate di contesti locali assumono un significato abnorme e deviante, non corrispondente all'originale: "negro" piuttosto che "nero" detto in Lombardia, soprattutto dai più attempati, è derivazione di "négher", "nero" in lingua milanese [dove la parola italiana "nero" non esiste]. D'altra parte, però, dare all'avversario del fascista, del razzista, dello xenofobo, dell'oscurantista è prassi consolidata ed accettata, talvolta incoraggiata, quasi una missione. Per non parlare del mondo dell'arte (e chiamala tale) o della satira (eh già...) nella quale si può utilizzare il più becero insulto in completa impudicizia.

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