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L'invasione paventata

8 Marzo 2011 alle 14:00

Essere filantropi e altruisti oltre che sentimento nobile è anche dovere di quelle società democratiche che hanno della vita collettiva il concetto idealistico della fratellanza sociale. Ma fino a che punto l’uomo, singolarmente e collettivamente considerato, sarà in grado di sopportare il gravame di una vita che subisce la violazione costante della sua appartenenza? (La storia umana è piagata da migliaia di guerre combattute per l’integrità o l’allargamento del territorio). La società moderna, quella che riteniamo evoluta dal progresso denominandosi Stato, tenta di abbattere questo limite, e quest’inviolabilità dei confini della Patria – divinità immaginaria dello spirito d’appartenenza – è restata semplicemente la “casa” entro la quale gli appartenenti alla tribù vivono e praticano usi e costumi ereditati dai Padri. La difesa dagli estranei è sempre il motivo ancestrale che condiziona la coscienza degli autoctoni e la sicurezza della propria esistenza resta l’inconscio “freudiano” dell’appartenenza: oltre ai costumi che attribuiscono alla tribù (Stato) gli usi e le leggi della propria eredità culturale. Gli sbarchi che si stanno susseguendo in queste ore sulle coste italiane, di migliaia di diseredati inseguiti dalla guerra, può condizionare la previdenza di fermarli prima che la catastrofe ci travolga tutti? Pane, acqua, servizi, case, assistenza, lavoro, ecc. (annessi e connessi con la vita civile), elementi indispensabili per la collettività invasa dai diseredati, possono essere singolamente contesi in omaggio alla fratellanza trasformatasi in invasione?

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