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Testamento biologico

15 Febbraio 2011 alle 20:01

Il 10 il "Corriere" ha corretto un errore nell'editoriale di Isabella Bossi Fedrigotti del giorno prima: Giovanni Paolo II è stato l'autore dell'enciclica Evangelium Vitae e non dell'Humanae Vitae. Nessuno scandalo: quello che, invece, mi aveva colpito, è stata l'attribuzione ad Andrea Riccardi dell'affermazione che persino G. P. II "rifiutò ulteriori cure". Cure, appunto: proprio Riccardi avrebbe pensato ad una contraddittorietà tra l'enciclica e l'estrema richiesta del Papa Magno? Mi limito a riportare il n° 2278 del Catechismo: "L'interruzione di procedure mediche onerose, pericolose, straordinarie o spropositate rispetto ai risultati attesi può essere legittima. In tal caso si ha la rinuncia all'accanimento terapeutico. Non si vuole così procurare la morte: si accetta di non poterla impedire...". G. P. II fece solo una preghiera prima di perdere la possibilità di esprimersi. Ma mai avrebbe invitato qualcuno a non alimentarlo ed idratarlo (e non capisco perché sia stata sempre ignorata la ventilazione). La Bossi Fedrigotti accenna, disapprovando, a "un non accanimento terapeutico spinto all'estremo, che volontariamente privi di acqua e di cibo il malato terminale". Il Catechismo parla chiaro: smettere le cure, quando siano diventate accanimento terapeutico, ma non cessare "le cure che d'ordinario sono dovute". No cure straordinarie, si quelle ordinarie, come le palliative. E l'alimentazione e l'idratazione non sono cure, come ha riconosciuto Umberto Veronesi in una intervista a Mario Pappagallo, che il "Corriere" aveva pubblicato il 10 gennaio: per non offendere l'intelligenza dei lettori, le aveva qualificate "trattamenti di sostegno" (che, comunque, lui ritiene rifiutabili con il testamento biologico). Il che sfuggì a Ignazio Marino nella lettera pubblicata sul "Corriere" due giorni dopo, nella quale ha continuato a parlare di "terapia". La lettera di Marino era presentata dal titolo: "Sul fine vita fermiamo il tifo da stadio". Fermiamolo tutti, non solo quelli che la pensano diversamente dagli scienziati Veronesi e Marino. Io ho modificato un tantino il mio pensiero legato alla sacralità della vita, ma non per la violenza di coloro che vogliono imporre l'eutanasia (che aveva sempre rafforzato la mia rigida posizione), bensì per la morte di mia madre 96enne, allettata gli ultimi due anni! Mi ha assalito un dubbio, in un mondo in cui la mia libertà è continuamente violata dalla libertà di tutti, i quali, per imporre la loro, non si sognano di rispettare la mia, nel più illimitato individualismo e relativismo: l'Altro è un accidente esterno, la Società una mera espressione poetica. A parte questa considerazione minima, di una libertà senza limiti fondata sui propri infiniti "diritti" e indipendente da ogni principio, un dubbio mi ha fatto venire i brividi: "nel caso si perda la coscienza e la capacità di esprimersi" (e non è solo esempio di scuola!), se la coscienza nascosta negli abissi invisibili della vita non accettasse più la disposizione autodistruttiva in precedenza affidata ad un "testamento biologico"... Se il soggetto volesse annullare la sua "libera" volontà prima espressa e non avesse più la capacità di esprimersi, cosa propone il prof. Marino? Se uno chiedesse una iniezione letale all'istante, i proff rispetterebbero la sua "libertà"? La Bossi Fedrigotti afferma: "Ma pretendere di legiferare seriamente intorno a questa materia (...) sembra un'impresa difficilissima, forse senza senso, per il semplice fatto che i modi di morire non sono uno, due, dieci, bensì infiniti". Discorso chiaro, per il quale sono confermato nell'idea che solo i medici dovrebbero decidere, in coscienza, ma liberi da ideologie, sulla fine della vita. Solo loro hanno la scienza per sapere quando si passerebbe all'accanimento terapeutico (espressione oscura). Ma, conscio dei limiti umani...

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