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Se non ora, quando?

15 Febbraio 2011 alle 19:58

Un giudice che si sentisse realmente tale, che tenesse alla sua indipendenza, che avvertisse la responsabilità della sua importante funzione, che si preocupasse meno delle reazioni del suo ambiente e dei suoi colleghi che della rigorosa applicazione della legge, avrebbe colto l'occasione della sconclusionata, surreale richiesta di giudizio immediato rivoltagli dalla procura della repubblica di Milano, per osservare che l'indagine svolta sul Primo Ministro andava sottoposta al vaglio del Tribunale dei Ministri; che la competenza territoriale per i reati ipotizzati era del Tribunale di Monza; che il concorso di più persone nei reati in questione e la presenza di altri indagati per reati strettamente connessi, sulla base delle stesse prove, escludeva l'opportunità di uno "stralcio" e consigliava la richiesta di rinvio a giudizio per tutti gli indagati; che non solo la prova del reato non era evidente ma anzi il materiale raccolto con tanta solerzia e inusitato impegno era inconsistente e inconcludente; che le attività d'indagine sembravano essere state in gran parte svolte trasgredendo le prerogative di parlamentare dell'indagato e, dunque, erano inutilizzabili. Che, quindi, era opportuno un profondo ripensamento dell'indagine e dell'istanza. Se neppure in presenza di argomenti così importanti ed evidenti, il giudice è riuscito a esercitare la sua funzione, a tener fede al ruolo imparziale che la legge gli impone, a garantire i più elementari diritti dell'indagato, possiamo star sicuri che non lo farà mai. Dei tanti che ostentano tanta intolleranza per i vizi privati dell'on. Berlusconi e per la sua concezione della donna, non ce n'è uno che provi almeno un po' d'imbarazzo per i vizi di procedura dei provvedimenti dei giudici di Milano e per la loro concezione del processo.

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