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Corruzione

11 Febbraio 2011 alle 13:00

La corruzione degli uomini politici non è frutto della nostra epoca. Demostene nel 324 a.C. venne processato per lo scandalo dell’oro di Arpalo. Marco Licinio Crasso, divenuto finanziatore di Cesare, venne da questi ricompensato con l’assegnazione di diversi appalti pubblici Il governatore della Sicilia Verre rubò all’ erario 40 milioni di sesterzi: furono proprio i Romani a coniare la locuzione “pecunia non olet” Nel Cinquecento Carlo V venne scelto dai grandi elettori tedeschi dopo la promessa di una ricompensa di centinaia di migliaia di fiorini. Il culmine della corruzione politica fu raggiunto nel Seicento dalla Francia, superata un secolo dopo dall’ Inghilterra, con l’ espulsione dal Parlamento di Robert Walpole, ministro della Guerra, corrotto e corruttore. E persino Napoleone nel secolo successivo permetteva ai suoi ministri di rubare, a patto che si rivelassero efficienti amministratori. E in Italia: dallo scandalo della Banca Romana alle rapine di Stato del fascismo, dal finanziamento illecito dei partiti già denunciato durante l’ Assemblea Costituente a Tangentopoli. La corruzione riflette un tratto antropologico del popolo italiano oppure rappresenterebbe un fattore di progresso, accelerando le procedure burocratiche e generando un benessere diffuso? La ricchezza nasce dal vizio, non dalla virtù. Ma se ogni punto percentuale di aumento del carico fiscale riduce del 5 per cento gli investimenti stranieri, un pari aumento del livello di corruzione li riduce del 16 per cento. Forse più dell’etica dovrebbero essere quindi valide motivazioni pratiche per combatterla. L’impero Romano crollò a causa della corruzione della classe dirigente, noi stiamo correndo lo stesso rischio, pur non avendo un impero da salvare.

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