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Il genio incompreso

7 Febbraio 2011 alle 14:00

Su La Stampa di domenica, ho letto un articolo dedicato a Tino Sehgal, nome che nella mia ignoranza in fatto di arte contemporanea mi era sconosciuto. Si tratta invece di una star, di uno degli artisti di maggior successo del momento. L’autore dell’articolo spiega che con Seghal si realizza l’ultimo capitolo della cosiddetta arte concettuale, che ha avuto i suoi maestri in Duchamp, Manzoni, Fontana... In particolare quella di Sehgal è un’arte senza oggetti, ma fatta di opere viventi, di gente. Egli cioè rappresenta rapporti tra persone, situazioni (sembra che si incazzi come una bestia se si usa il termine “performance”). Persone che possono fare le più svariate cose, spesso provocatorie e liberatorie, “tipo baciarsi o fare uno strip-tease davanti agli occhi increduli del visitatore del museo…”. Lo scorso anno il Gugghenheim di NY ha avuto una sua mostra, acclamatissima dalla critica, e le sue realizzazioni sono ora contese tra i più importanti musei del mondo. Ho trovato tutto molto affascinante e interessante. Solo che poi non ho potuto non riflettere amaramente su quanto, ad oggi, sia invece ancora del tutto incompreso quel geniale artista concettuale dell’Amor nostro.

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