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De patrimoniale condenda

1 Febbraio 2011 alle 17:30

Bel pezzo di CDB sulla patrimoniale, oggi sul Foglio, sia per la coerenza di pensiero che per la qualità dell'analisi. C'è una pecca di fondo, però, nell'analisi dei presupposti, di cui lo stesso non pare darsi conto, allorché tace della sperequazione fiscale che affligge i contribuenti di questo Paese, percepita a tratti in modo intollerabile. Oggi un reddito prodotto in forma societaria produce un'imposta principale (IRES) gravemente inferiore a quella prodotta da un reddito da lavoro autonomo (IRE), e doppia rispetto a quella prodotta da un investimento borsistico (cedolare secca). Prescindere dalla necessità di eliminare questa macroscopica iniquità strutturale, e nel contempo escludere dall'imposta patrimoniale le PMI, cioè i patrimoni di società che hanno fino a 250 dipendenti ed a 100 milioni di fatturato, rende inattuabile la proposta, ne cives ad arma ruant. Non solo perchè le PMI hanno una forza economica imparagonabilmente superiore a quella degli autonomi di ogni categoria, e non si vede quindi perchè questi debbano pagare ciò che le imprese non pagano, ma perchè tale approccio implica l'ennesimo beneficio per le imprese, a loro è stata destinata l'unica riduzione fiscale degli ultimi lustri, a discapito dei lavoratori autonomi. Per proporre costruttivamente una riforma che costituisca una rivoluzione copernicana, come quella ipotizzata da CDB, è necessario prescindere dalle difese di categoria, ed iniziare dalla perequazione di situazioni oggi intollerabilmente diverse.

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