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E il genio maximo ci parla della fenice

31 Gennaio 2011 alle 19:30

Resto sempre tramortito davanti alle parole di D'Alema, il leader e il genio maximo della sinistra italiana. Quando parla è segno che si è ben preparato, che ha già discusso quello che dice, che ne ha avuto dei feedback, e che in qualche modo le sue parole "sono, come si dice, a ragion veduta". Questa volta, lo ammetto, mi inchino al suo ragionamento, perchè, data la mia ignoranza, sento di non capire qualcosa. Dice, tra i vari punti, sulla grosse koalition antiberlsuconiana che occorre "un grande patto sociale per la crescita" come fu "con l’euro". Ora, è evidente che D'Alema non fa parte del gruppo pro-patrimoniale, altrimenti, avrebbe detto "patto della tassazione straordinaria per recuperare - diciamo - prestigio internazionale all'Italia oppressa da un debito - dicamo - colossssale" invece di parlare di "crescita" che il patto della crostata patrimoniale non tiene in nessun conto. Ma il punto non è questo. Il punto è l'associazione dell'euro con la crescita, che, almeno in Italia, è come mettere la nutella sul fegato di manzo, o come il parmigiano sugli spaghetti "ajo e ojo". E' vero che fior di economisti ci hanno già spiegato che "senza l'Euro l'economia italiana sarebbe alla frutta" e che "grazie ai padri della patria, Prodi, Ciampi e Scalfaro abbiamo evitato il peggio", ma si sa che finchè non si vede e non si tocca con mano che è realmente come viene dichiarata - l'entrata nell'euro come patto sociale per la crescita - una legge economica è solo un animale mitologico, qualcosa di "estinto prima ancora di nascere". Ecco perchè credo, piuttosto che l'era postberlsuconiana, la priossima legislatura saluterà soprattutto l'era postdalemiana, come dire la vera fine dei perdenti di successo della politica italiana.

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