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Il buon liberale e il vecchio comunista

18 Gennaio 2011 alle 11:00

Si suppone che il compito di un buon liberale sia quello di creare ambiti e isole dove l’agire politico non abbia senso. Ma la politica è l’agire strumentale di tutti con tutti e contro tutti, in vista dei beni, non solo materiali, che il mondo ha da offrire. Come è possibile, allora, sottrarre spazi all’agire strumentale? Solo inventando ambiti etici e religiosi nei quali, noi e gli altri, accettiamo di essere valutati per la quantità di verità che mettiamo nel nostro dire e fare. In fondo, paradossalmente, era quello che si chiedeva nelle vecchie sezioni del PCI ad ogni militante, e, ancora, più paradossalmente, ora che il comunismo è morto, è quello che ci ha lasciato in eredità e ci porta all’inferno, ossia credere che l’agire strumentale possa e debba contenere, nel suo nocciolo costitutivo, verità e significato etico. Ergo, oggi un buon liberale dovrebbe accontentarsi che il suo agire strumentale abbia come scopo quello di mettere quante più persone possibile nella condizione di fare una vita vera, ossia una vita nella quale la Politica, lo Stato, la Legge, abbiano meno rilevanza possibile. Come insegnavano gli antichi Cristiani, come precettavano i vecchi liberali.

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